Note tra le Note

Durante il 2012 l’organo ufficiale dell’Associazione Radioamatori Italiani, Radio Rivista, ha promosso una campagna di stampa per il riconoscimento del Codice Morse quale Patrimonio dell’Umanità. Scritto a quattro mani con il caro amico Andrea IZ2LSC, questo articolo ripercorre (senza alcuna pretesa di essere esaustivo) vari decenni di produzione musicale alla ricerca di brani in cui la suggestione del Morse costituisce parte integrante della partitura. Rispetto all’articolo originario, qui è invece possibile (attraverso i link) sperimentare di persona l’ascolto.

Il matrimonio (riuscito) tra codice Morse e musica

Un grafista di vecchia data sosteneva che il Morse fosse una questione di ritmo, tempo e tonalità. E se la musica dal canto suo è definibile come la scienza di organizzare i suoni e le pause nel tempo e nello spazio, il codice Morse può certamente avere una qualche affinità con il concetto di musica. Non a caso, forse, nella pratica comune si parla di “nota” CW, così come si parla di “note” su di un pentagramma.

Quella che segue è una sorta di guida all’ascolto, che non pretende (e non vuole) essere esaustiva. Sono piuttosto degli appunti in ordine sparso, raccolti a metà strada tra le nostre playlist e la passione che abbiamo per il CW. Gran parte dei brani citati è facilmente reperibile in streaming in rete: non vogliamo incoraggiare nessuno alla pirateria o a violare i diritti d’autore. Così come è difficile scrivere di musica senza avere la musica stessa in cuffia o nelle casse del proprio stereo, ugualmente abbiamo cercato di ricostruire l’atmosfera, il contesto, le sensazioni che noi proviamo quando ascoltiamo questi pezzi. Il nostro intento è quello di incuriosire grafisti e non per questa fortunata, strana e riuscita commistione tra arti: se ci pensiamo, non hanno natura poi così differente il tasto e gli strumenti musicali!

La suggestione del Morse entra nell’immaginario collettivo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Linguaggio quasi “esoterico”, inequivocabilmente efficace e conosciuto da spie, oscuri agenti segreti ed eroici marconisti, rappresenta per la generazione che esce dal conflitto ben più di un éscamotage letterario o cinematografico: è espressione di un mondo nuovo, in cui la tecnologia ha il potere di andare oltre i confini del visibile. E’ la magia della radio, che inizia a esprimere tutte le sue potenzialità come mezzo di comunicazione e di intrattenimento, a suggerire nuovi scenari e nuove prospettive.

La vicenda del Morse nella musica inizia proprio in quest’epoca, grazie ad un’emittente radiofonica che è storia e leggenda al tempo stesso: la BBC. Radio Londra durante il conflitto mondiale (e negli anni immediatamente susseguenti) apre le proprie trasmissioni con l’attacco del primo movimento della Quinta Sinfonia di Beethoven: la più celebre, la più famosa, inconfondibile. Ta-ta-ta-taaaaaa… quante volte l’abbiamo sentita, canticchiata, fischiettata? Le quattro note non sono scelte a caso. Suonano come la lettera “V” in codice Morse (di-di-di-da), la lettera “V” che sta per “Victory”, fortunatissima intuizione e conio del cancelliere Winston Churchill. Oltre i proclami, oltre la propaganda: indice e medio messi a forbice nelle foto ufficiali per dimostrare al mondo intero che una nazione, un’alleanza e un’idea di mondo avrebbero comunque trionfato sulle forze nemiche. E per ironia della sorte, sulle note immortali proprio di un tedesco…

foto1
Winston Churchill e la sua leggendaria “V” di vittoria, primo autentico tentativo (riuscito) di marketing “politico”.

Non potremo mai saperlo con esattezza, ma ci piace pensare che proprio queste prime contaminazioni tra Morse e musica abbiano in qualche modo stuzzicato la fantasia di una generazione di artisti e musicisti nata e cresciuta nella seconda metà del Novecento e che avrebbe trovato fortuna e fama negli anni Sessanta e Settanta, tra le luci (e le ombre) del rock e della pop music. L’introduzione dell’elettronica ha permesso nel corso del tempo non solo di esplorare nuovi territori musicali; ha anche portato con sé concetti quali la campionatura, la registrazione multitraccia, l’ingegneria del suono, garantendo di fatto possibilità illimitate alla creatività degli artisti.

Lo sapevano perfettamente i Pink Floyd, in pieno fiorire underground psichedelico, che aprono il loro primo capolavoro con Astronomy Domine (musica e testo di quel genio che fu Syd Barrett), brano di apertura di The Piper At The Gates Of Dawn del 1967. Nelle battute iniziali si mescolano voci al megafono, il basso pulsante di Roger Waters e una non identificata sequenza di punti e linee. Non c’è senso compiuto, non ci sono caratteri chiari, solo una sequenza di segnali Morse che rafforza il significato del brano, inteso come viaggio cosmico (a base di acido lisergico) in cui il contatto radio con la Terra è l’unico cordone ombelicale che lega il cosmonauta alla base, nell’impressionante viaggio tra stelle e pianeti. Il risultato finale è di grande suggestione, il Morse riempie lo spazio musicale e diventa musica esso stesso per dipingere un fondale inequivocabile, scenografico, brillante.

foto8
I Pink Floyd all’epoca di Astronomy Domine: a destra, Syd Barrett.

Curiosamente, nello stesso anno i Five Americans raggiungono il 5° piazzamento nella U.S. Billboard Chart con il brano Western Union, tributo ad un’icona della conquista americana: la società di telegrafi che avrebbe permesso di riempire gli spazi tra una costa e l’altra, dal selvaggio West alle luci di New York. Qui il telegramma (rappresentato da un dit-dit-dit-dit ripetuto decine di volte nel refrain di chitarra elettrica vagamente country) invece non porta buone notizie al protagonista del testo: la fine di una storia d’amore, a 15 cent a parola, che però lascia spazio a suon di Morse ad un nuovo inizio.

foto3
L’insegna di una stazione telegrafica della Western Union.

Ma se finora il Morse è stato un contorno saporito e meramente eufonico, nel 1975 i Kraftwerk in pieno fermento elettronico pubblicano l’album Radio-Activity. Costruito su un’architettura elettronica imponente, integralmente realizzata da sintetizzatori e campionature che dipingono un quadro a metà tra il post-atomico e il futurismo, l’album è percorso da suggestioni che non lasciano dubbi: tra i titoli Radioland, Airwave, Intermission, Antenna, Transistor, Ohm Sweet Ohm, fanno da contorno al brano portante dell’intero lavoro, Radioactivity. Testo bilingue (inglese e tedesco, lingua madre della band), ripreso dal tasto (verticale) che lancia nello spazio la nota a varie tonalità: RADIOACTIVITY – IS IN THE AIR FOR YOU AND ME – DISCOVERED BY MADAME CURIE – TUNING INTO THE – KRAFTWERK. Numerose le performance in pubblico, in cui spesso e volentieri venivano inserite nelle scenografie strumentazioni e radio d’epoca, e numerosi i remix (anche in chiave techno) fino ai giorni nostri. Per l’elettronica Radioactivity è una vera e propria pietra miliare, in cui il Morse gioca un ruolo da protagonista non solo come suono ma anche come significato: chissà quanti futuri radioamatori si sono avvicinati alla radio incuriositi dal messaggio in codice contenuto nel pezzo?

foto2
Il retro di Radioactivity dei Kraftwerk: grafica di base con un ricevitore tedesco, con tanto di prese di terra. La ben più nota versione internazionale dell’LP è decisamente meno poetica: il simbolo rosso standard per i materiali radioattivi su fondo giallo.

Di sicuro potrebbe essere stato un radioamatore (o un radiotelegrafista!) a ricevere in premio le 1000 Sterline che Mike Oldfield mise in palio nel 1990, alla pubblicazione del suo album più complesso (e meno fortunato), Amarok. Una imponente suite di circa un’ora, in cui l’autore britannico si premurò di inserire un “messaggio segreto” a circa 48 minuti, una sequenza di lettere in codice Morse. Il premio messo in palio avrebbe ricompensato chi avesse decifrato il testo: FUCK OFF RB. Il resto è storia della musica. Quando uscì l’album, Mike Oldfield si lamentò con la sua etichetta, la Virgin, per la scarsa attenzione e pubblicità riservata al suo lavoro. La trovata del “premio” fu una sua brillante idea pubblicitaria, ma che non spinse significativamente le vendite del disco. Fu piuttosto una vendetta elegante e sottile, destinata a rimanere incisa per sempre nel master del disco: una rivincita verso quell’RB che lo aveva snobbato. RB, già, le iniziali di Richard Branson, vulcanico padre padrone della Virgin Records.

Ma facciamo un piccolo passo indietro, di circa dieci anni, al 1979. E’ l’anno in cui Alan Parsons pubblica il suo album Eve. Alan Parsons nasce come ingegnere del suono, accreditandosi come uno dei migliori nel settore già con The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd. Quando inizia la sua carriera da solista, come Alan Parsons Project, è innegabile che nel suo repertorio vi siano contaminazioni elettroniche, progressive rock e pop. Eveè aperto da un brano strumentale, di discreto successo, intitolato Lucifer: nelle primissime battute sono identificabili delle trasmissioni in Morse, probabilmente campionate (è facilmente identificabile un DE 6WW VV) da registrazione forse di qualche utility in onde corte.

foto4
Le enigmatiche ragazze sulla copertina di Eve, album degli Alan Parsons Project.

Sempre negli anni Settanta, precisamente nel 1973, esce On The Third Daydella band britannica Electric Light Orchestra (conosciuti come ELO), aperto dal brano strumentale Ocean Breakup/King of the Universe. Evidentemente le ouverture strumentali andavano molto di moda, nella metà degli anni Settanta. Jeff Lynne e compagni inseriscono una trasmissione Morse all’inizio del brano, probabilmente registrata facendo suonare un buzzer. Nonostante alcune fonti in rete sostengano che vengono trasmesse le lettere E L O in sequenza, personalmente non vi riconosciamo un senso compiuto e probabilmente si tratta di caratteri la cui cadenza si sposa bene con l’ossatura musicale del pezzo. Una scelta che gli ELO avrebbero ripetuto dieci anni dopo, confezionando l’album Secret Messages: in apertura una sequenza di punti ricorda il Morse (eseguita con il sintetizzatore e non con un tasto telegrafico), ripresa poi dai riff di chitarra elettrica e dalla base ritmica. E’ abbastanza evidente che il Morse è musicalmente adatto a fare da contorno al titolo del disco (e della canzone stessa), che parla di “messaggi segreti” veicolati attraverso l’etere e che costituiscono un richiamo irresistibile per l’ignoto.

foto5
Il vinile originale di Ocean Breakup/King of the Universe, degli Electric Light Orchestra.

Come irresistibile è la “chiamata” dei Clash: London Calling esce nel 1979, trascinato a buon diritto nel punk degli anni Ottanta dal singolo omonimo. Londra scivola via in uno scenario apocalittico (sono anni di incubi di guerra, crisi internazionali e incidenti nucleari), con un Tamigi che rompe gli argini e un angosciato grido di protesta che chiude proprio con una sequenza di lettere trasmesse in Morse alla fine del pezzo. E’ curioso notare come il titolo riprenda l’indicativo delle trasmissioni del World Service della BBC in periodo bellico (vi ricorda qualcosa?): “This is London calling”.

Quando nel 1970 i “Fab Four” di Liverpool si sciolsero, un tale Paul McCartney, con la collaborazione della moglie Linda, formò un nuovo gruppo: i Wings. Nel loro sesto album, intitolato London Town (1978) troviamo un pezzo interessante che inizia con le parole “Dritto giù in fondo al mare, dimmi, mi ricevi? Il mio nome è Morse Moose e ti sto chiamando”. Si tratta di Morse Moose And The Grey Goose, bizzarro brano di 6 minuti e passa, che inizia con una chiara sequenza Morse che rimarrà di sfondo per quasi tutta l’esecuzione, seguita da registrazioni di comunicazioni via radio. Il pezzo passa in scioltezza da un ritmo “disco” ad uno “folk”, in un’alternanza inaspettata e quasi fuori tempo.

Per venire a tempi più recenti, anche gli Oasis degli irrequieti fratelli Gallagher hanno ceduto al fascino della telegrafia. Quando esce nel 1997 Be Here Now, tutti si aspettano un bis sulla scia dei successi dei primi anni Novanta. In realtà la critica (e la stessa band) non saranno mai troppo indulgenti con l’album: nessun brano contenuto verrà mai inserito nelle raccolte pubblicate quando ormai lo scioglimento del gruppo sarà ormai inevitabile. Ma di sicuro due tracce meritano di essere citate nella nostra antologia: il brano di apertura D’You Know What I Mean e Magic Pie. In entrambi la suggestione del Morse è fortissima. Nel primo brano, in particolare, una sequenza di punti e linee si mescola e rincorre il rumore di uno Spitfire in volo fino a sciogliersi completamente nella chitarra elettrica (altra citazione bellica della Battaglia d’Inghilterra…), mentre nella seconda il segnale sembra trasmesso e ricevuto con un filtro piuttosto stretto. E’ comunque un disco fatto di continue citazioni, così come evocativa e ricca di spunti è anche la copertina dell’album: non stupisce se un ruolo importante nell’economia del disco viene dato anche al Morse, che come abbiamo visto ha influenzato la produzione musicale britannica in maniera molto significativa.

foto6
Be Here Now, album inciso nel 1997 dagli Oasis, ricchissimo di citazioni e suggestioni dal mondo delle radiocomunicazioni.

Era il 2009 quando l’album 21st Century Breakdown della rock punk band dei Green Dayraggiungeva il punto più alto della classifica in 14 paesi del mondo. Tra i brani contenuti nell’album spicca American Eulogy dove tra chitarre distorte, doppio pedale della grancassa e rumori di modem, fanno capolino i dit & dash del nostro codice Morse. E le parole del ritornello “I don’t want to live in the modern world”  sostengono a meraviglia il disappunto nei confronti dell’isteria di massa dei giorni nostri.

Merita un’attenzione particolare Little Black Buzzer di Ivor Cutler, cantautore scozzese morto nel 2006: il Morse viene direttamente cantato dall’autore, nella notazione fonica anglosassone fatta di “dit” e “dah”. Tra una strofa e l’altra trasmette il suo messaggio, HERE I AM, quasi una dichiarazione di indipendenza (o forse un velato SOS) lanciato nell’etere.

SOS è invece la richiesta di soccorso che arriva da casa nostra: in Sotto il Vulcano, i Litfiba mescolano le graffianti sonorità rock con la sequenza di tre punti-tre linee-tre punti resa tristemente famosa dal primo segnale di soccorso lanciato via radio nella storia: l’ultimo vagito del Titanic. Molto più poetica è la vicenda del Giovanni Telegrafista di Enzo Jannacci, geniale canzone in cui un umile e mite telegrafista vede sfuggire un amore non corrisposto perso nelle strisce di carta del suo telegrafo (mentre la batteria riprende il pulsare di punti e linee fino allo sfumare del pezzo). E telegrafiche sono le sequenze DIS e ISF nel brano Torre di Controllo dei Versus, formazione padovana che mescola suoni elettronici, testi alla Battiato e chitarre pop-rock in sonorità per niente banali.

foto7
Un manuale per Telegrafista di inizio Novecento: avrà imparato su un libro simile i rudimenti dell’arte anche il Giovannidi Enzo Jannacci?

Che sia un matrimonio riuscito, dunque, quello tra telegrafia (Codice Morse) e musica è un dato di fatto. E chissà ancora per quanto tempo il suono cristallino dei punti e delle linee trasmessi da un tasto telegrafico continuerà ad esercitare il suo fascino antico e la sua suggestione nell’immaginario di musicisti e di ascoltatori (più che fruitori) di musica. Di certo, se ci chiediamo oggi quanto attuale sia il Morse nella comunicazione fine a se stessa non possiamo prescindere da questa valenza culturale, quasi universale, che lo lega inscindibilmente alle telecomunicazioni dal momento in cui lo stesso Marconi ha trasmesso i tre punti di una S da una riva all’altra dell’Atlantico più di un secolo fa. Vorremmo chiudere allora con un’immagine, bellissima, di Telegraph Road (un titolo che non potrebbe essere altrimenti) dei Dire Straits; ad un certo punto Mark Knopfler canta “And the birds, up on the wires of the telegraph poles, they can always fly away from this freeze and this cold. You can hear them singin’ out their telegraph code, down the way: on the telegraph road” (trad. “e gli uccelli sui fili dei pali del telegrafo, posso sempre volar via da questo gelo e da questo freddo. Puoi sentirli cantare il loro codice telegrafico, lungo la via: sulla strada del telegrafo”). E’ una canzone che condensa il sogno Americano e che riporta ad un’epoca eroica di conquiste: conquiste e sogni che hanno preso forma anche e soprattutto sul ritmo incessante e cadenzato di un vecchio tasto telegrafico…

.-.-.-

(Articolo pubblicato su Radio Rivista 11/2012)